Sui sentieri dell’uomo. Introduzione all’antropologia filosofica

 

 

Alessi  Adriano, Sui sentieri dell’uomo. Introduzione all’antropologia filosofica, LAS, Roma, 2006, 24x16,5 cm, 372 p., ISBN 88-213-0611-9, € 22,00.

 

Il testo che presentiamo, con l’intento di un invito alla lettura, alla riflessione e alla rielaborazione personale dei ricchi contenuti, è offerto al lettore – dal sottotitolo – come una introduzione all’antropologia filosofica. L’Autore, Adriano Alessi, salesiano, è professore di filosofia teoretica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Pontificia Salesiana di Roma.

L’Autore inizia la sua trattazione muovendo dalla constatazione che oggi, forse più che in altre epoche storiche, l’esistenza dell’essere umano è contrassegnata da una profonda crisi di identità che si esprime soprattutto nello smarrimento esistenziale in cui si dibatte l’umanità dei nostri giorni, divisa com’è tra «tentazioni prometeiche, scoramenti nichilisti e appiattimenti pragmatici». Con il diffondersi del pensiero debole, tutto viene meno: le certezze apodittiche circa l’identità dell’essere umano, il suo io, hanno perso la loro forza, causando uno smarrimento profondo dell’uomo che si scopre talvolta ripiegato su stesso senza possibilità di alcuna trascendenza, innanzitutto dalle sue situazioni esistenziali e da se medesimo (il diffusissimo «male» della depressione), talaltra ridotto a un numero, statisticamente irrilevante, all’interno della massa, culturalmente, politicamente, socialmente, economicamente considerata.

La via dell’uomo non è per nulla sicura. In ambito sociale ed economico, il dilagare del consumismo dei Paesi occidentali spesso causa l’alienazione dell’essere umano, lasciandolo profondamente deluso, diviso tra «l’iperbulia nei campi dell’efficienza e della funzionalità e l’abulia nelle aree della crescita in essere». Questo impoverimento dell’uomo nel suo essere si ripercuote sul piano esistenziale, personale e comunitario, nei diversi e frequenti casi di aggressività che tutto possono essere tranne che rispetto della dignità umana. La prospettiva futura, poi, l’avvenire dell’uomo è ridotta a un carpe diem dal corto respiro. Scriveva già Sartre, e l’Autore lo ricorda, «siamo tutti qui a bere e mangiare per conservare la nostra preziosa esistenza, e non c’è niente, niente, nessuna ragione d’esistere» (cfr. Sartre J.P., La nausea, Torino 1972, p.173.208).

Anche se la via non è sicura, anche se i sentieri umani si fanno impervi per queste ad altre considerazioni, l’uomo non può e non deve perdersi. L’Autore propone di avventurarsi nuovamente, con rinnovato slancio, sui sentieri dell’uomo.

Il punto di vista offerto come chiave di lettura dell’essere umano non è solamente fenomenologico, come sovente oggi accade per molti manuali; è piuttosto «tradizionale», nell’accezione più nobile del termine, vale a dire che la trattazione è razionalmente fondata in continuo riferimento alla realtà dell’essere umano e delle cose: un sano realismo che permette di cogliere la fragilità esistenziale dell’essere umano e la sua grandezza assiologica.

Il volume si articola in nove capitoli. I primi due, di carattere più introduttivo, presentano i lineamenti essenziali dell’antropologia filosofica (primo capitolo) e i presupposti che permettono di giustificare il nascere di una scienza che s’interroghi sulle strutture essenziali e il significato esistenziale dell’essere umano «in quanto tale» (capitolo secondo).

I capitoli seguenti, più sistematicamente, presentano le dimensioni fondamentali dell’uomo (dal terzo al sesto: la mondanità, la conoscenza, la volontà, l’affettività, la storicità e la socialità), la portata entitativa e la pregnanza assiologica dell’essere umano (capitoli settimo e ottavo) e gli interrogativi sull’origine e sul senso ultimo dell’umana esistenza (capitolo nono).

Nell’esperienza antropologica fondamentale, l’uomo si percepisce innanzitutto come un essere eminentemente reale, un soggetto dai caratteri di unitarietà e irripetibilità, con dimensioni polivalenti che fanno di lui un io cosciente intriso di corporeità e non solamente dotato di corporeità.

Il capitolo terzo tratta, dunque, delle dimensioni vivente e mondana dell’essere umano, considerando le letture che storicamente ne sono state date e rilevando gli interrogativi teoretici relativi ad esse.

Il capitolo quarto presenta la dimensione conoscitiva dell’essere umano, diremmo il carattere gnoseologico dell’uomo. Certamente, quest’ultimo termine richiama inevitabilmente l’ambito di indagine della filosofia della conoscenza, la gnoseologia. Fa notare, però, l’Autore che a differenza della filosofia della conoscenza che ha per oggetto di indagine la conoscenza «in quanto tale», l’antropologia filosofica considera il conoscere come attività «specificatamente umana». Con le parole di Alessi: per la filosofia della conoscenza, l’attività conoscitiva ha per così dire un valore assoluto (vale per ogni essere dotato di potenzialità noetiche), l’antropologia filosofica invece esamina la dimensione conoscitiva unicamente in quanto attività specifica dell’uomo. In più, per la filosofia della conoscenza conta il «valore veritativo» dell’attività conoscitiva, a differenza dell’antropologia interessata piuttosto dalla «portata essenziale» del fatto conoscitivo come espressione propria dell’anthropos in quanto tale.

Il capitolo quinto, muovendo dalla fondamentale corporeità dell’uomo, ne considera le dimensioni volitiva e affettiva, che nel linguaggio scolastico sono gli appetitus humani, le forze che portano l’uomo al «fuori da sé» (da ad petere, cioè il desiderare protendendosi verso qualcosa). Così l’affettività, la volontà, e come logica conseguenza implicante la libertà, ma anche la stessa conoscenza, del resto, può essere intesa come appetito conoscitivo, cioè desiderio di verità, di intus-legere la veritas in rebus e la veritas rerum.  

Il capitolo sesto, sulla scia del precedente, considera la dimensione sessuata dell’essere umano, la sua dimensione quindi relazionale, sociale e storica, presentando di ciascuna di esse le diverse letture date nella storia del pensiero e le riflessioni teoretiche inerenti ad esse.

Il capitolo settimo offre un esame della dimensione trascendentale dell’essere umano che trova espressioni, in generale, a livello fisico-biologico e a livello comportamentale e in specie, nel linguaggio, nel lavoro, nel gioco, nel fenomeno religioso, nella cultura. Inoltre, è messa in luce la fragilità dell’essere umano e a livello strutturale e a livello operativo. La fragilità strutturale dell’uomo, il suo soffrire, il dolore, il male, in ultima analisi la morte, sono esperienze, potremmo dire, «limite» dell’uomo. Il problema, allora, dell’origine, del fine ultimo, del senso dell’esistenza umana sono argomenti del capitolo nono del volume in esame.

Il capitolo ottavo presenta le più famose concezioni storiche che sono state date dell’essere umano: la concezione dualistica, razionalista, materialista, nichilista, ilemorfica. Come per le trattazioni esposte nei capitoli precedenti, anche in questo caso l’Autore non si limita alla semplice presentazione delle diverse posizioni storiche, ma offre per ciascuna di esse alcune piste di riflessione più teoretiche.

Volendo concludere questo nostro brevissimo invito alla lettura del testo di Alessi, possiamo affermare – con l’Autore – che nell’universo variegato degli esseri, l’uomo rimane un essere sui generis, dotato di dignità irripetibile e nello stesso tempo caratterizzato da fragilità radicale; intelligente, libero, emotivamente contrassegnato da affetti e sentimenti più vari, corporeo, relazionale e storico e nello stesso tempo ricco di una interiorità che si apre alla trascendenza con valenze di immortalità. Tutto nell’uomo e dell’uomo dice relazione, attesta il suo essere personale. Se l’uomo prenderà coscienza di ciò che è realmente, se l’uomo riacquisterà fiducia in se stesso a partire dalla sua «innegabile» dignità, potrà percorrere strade e sentieri nuovi diretti ad un umanesimo che sia davvero integrale.

Vincenzo M. Majuri

 

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